Allena il pensiero strategico ☝

Il gap generazionale? Si risolve davanti al pc

Siamo animali sociali: sottrarci alla relazione con l’altro è una violenza verso noi stessi

Ciò non significa, però, che pur di schivare la solitudine, si debba interagire con chiunque. Il primo e più importante discrimine tra un legame che arricchisce e nutre ed uno tossico, che svuota una o entrambe le parti coinvolte è la reciprocità.

Un rapporto è sano e funzionale se fondato sullo scambio, se ciascuno è predisposto a donare qualcosa di sé (in termini di tempo, di vissuto), ed è aperto ad accogliere dall’altro qualcosa che potrebbe diventare il seme di un cambiamento.

Così, la reciprocità dispiega al massimo le sue potenzialità, se esiste un certo margine di complementarietà. Due persone (fin) troppo simili, infatti, difficilmente possono aiutarsi l’un l’altra a crescere, a migliorarsi. È molto più probabile che si risolvano ad essere solo lo specchio (fintamente) rassicurante e confortevole in cui rivedersi.

Gap generazionale: se “scocca la scintilla” vincono tutti

Nonni-al-pcL’incontro ed il confronto tra  individui caratterizzati da una grande differenza di età può sprigionare una sorprendente quantità di energie. L’interazione tra giovani ed anziani determina un’atmosfera di curiosità mista ad un certo margine di diffidenza e aspettative.

A influenzare l’evolversi degli eventi è l’empatia, la leva più efficace per scardinare le riserve interiori (timidezza, scetticismo, snobismo) e far emergere la fiducia, l’ingrediente “segreto” da cui dipende spesso l’esito dei rapporti umani.

Ciò spiega perché negli ultimi anni si sono diffusi sul territorio progetti ed iniziative che puntano sul trasferimento di competenze tecnologiche dai giovani agli anziani. L’intento è scongiurare emarginazione, solitudine e malattia, “mostri” a cui non sempre gli over 65 riescono a opporre resistenza senza un aiuto esterno. Specularmente i giovani hanno modo di ampliare il proprio bagaglio di esperienze attraverso la condivisione di quelle di una persona più grande, e liberarsi da stereotipi, “assoluti” e idealismi ingessati.

Giovani e anziani si incontrano davanti al pc

Due progetti finalizzati a ridurre sia il gap digitale che quello generazionale sono stati avviati nei mesi scorsi in Toscana ed in Liguria. Il primo, denominato Gioia+, ha visto la partecipazione di molteplici associazioni dislocate sul territorio. Giovani e anziani si sono incontrati online condividendo a distanza letture, esercizi di ginnastica, e visite virtuali ai musei. Gli appuntamenti sono stati preceduti da una formazione ad hoc di entrambe le parti coinvolte.

In Val di Vara, invece, sono entrati in gioco i facilitatori digitali (ragazzi che hanno aderito al Servizio Civile), sostenendo e affiancando gli anziani nel disbrigo di molteplici pratiche burocratiche, spesso irragionevolmente complesse anche per i nativi digitali .

 

Francesca Garrisi     

Quando le cose non mi divertono, mi ammalo  (H.B.)

 


 

google playSeguici anche su Google Edicola »

 

Continua...

Perché (e chi) perdonare per vivere in salute il presente

Il risentimento è come bere veleno e sperare che uccida i tuoi nemici (Nelson Mandela)

Uno dei pilastri (malfermi) su cui si fonda la società occidentale è l’identificazione tra reattività e cura del sé. Così, se qualcuno ci fa del male, è perfettamente lecito (indispensabile, quasi) porre in atto in tempi rapidi la vendetta, restituire pan per focaccia per riparare, ripristinare, puntellare l’autostima. Dimostrare, insomma, che non siamo stupidi.

Benefici-perdonoEppure, questa frase di Nelson Mandela rovescia la consueta percezione di torto e perdono. Coltivare rancore e desiderio di vendetta non sono affatto una forma di autoguarigione, bensì la via più rapida per acuire, cronicizzare e rendere profondo il nostro malessere, che si compone di molteplici – e spesso contraddittorie – emozioni (dolore, rabbia, mancanza, gelosia, rimpianto).

Per risanarci davvero, invece, il primo passo da fare è accettare i contrasti che albergano in noi. Perdonarci per il fatto di “ospitare” una sorta di cacofonia emotiva, e perdonare l’altro, lasciando andare il torto subito. Attenzione però: “mollare la presa” sul male che abbiamo ricevuto  NON significa automaticamente permettere alla persona che ci ha ferito di continuare a far parte della nostra vita. Accogliere e ricomporre le nostre contraddizioni può infatti tradursi nella consapevolezza che l’altro ha agito involontariamente, senza per questo giustificarlo.

Cosa accomuna rabbia e vendetta a fumo ed alcool?

Gli effetti nocivi – potenzialmente letali, nel lungo periodo – su corpo e psiche. Diversi studi hanno evidenziato il nesso tra emozioni negative (odio, risentimento, invidia) e frequenza cardiaca/pressione sanguigna. Alimentare le prime fa lievitare le seconde, favorendo l’insorgere di problemi a carico del cuore.

Non solo: il persistere di questa situazione aumenta i livelli di cortisolo nel sangue; insorge così lo stress, che rosicchia fino a compromettere le nostre difese immunitarie.

Dal punto di vista psicologico, covare rabbia e fantasticare sulla futura vendetta ci rende più vulnerabili ed esposti a depressione e stress post-traumatico, patologie che si manifestano spesso a seguito della morte di una persona cara e della fine di una relazione importante e/o duratura.

Il perdono richiede pazienza

Benefici-perdonoLa sovversività e la radicalità di questa scelta risiedono nell’etimologia della parola. Per-dono significa letteralmente dare, regalare qualcosa di sé all’altro.

Lasciar andare il rancore, la rabbia ed il desiderio di rivalsa nei suoi confronti lo libera perché in primis CI libera dal giudizio sulle nostre azioni, dalla convinzione di aver sbagliato tutto. È infatti questo cumulo di severità ingiustificata/sproporzionata il fertilizzante più efficace delle emozioni negative/distruttive.

Sgombriamo però il campo da luoghi comuni ed esemplificazioni. Il perdono autentico NON può essere istantaneo. Possiamo costruirlo solo dopo esserci esposti al dolore, alla delusione, al rumore assordante del vuoto, ed averli elaborati. Aver compreso che NON possono essere eliminati/esclusi/ignorati, ma che, al contrario, fanno parte del “pacchetto emotivo” dei rapporti umani. Dobbiamo quindi essere consapevoli del fatto che possono presentarsi in qualunque momento, e che, se questo succede, non è per colpa nostra né perché siamo inadeguati/non meritiamo amore.

Perdonare è qualcosa che facciamo per noi, un atto di generosità, un modo per ripararci che DEVE prescindere dall’esterno. Serve a restituirci la libertà di vivere, la capacità di stare nel qui ed ora, sviluppando la nostra empatia e consolidando la nostra autostima.

Possiamo perdonare, e decidere contestualmente che quella persona non faccia più parte della nostra quotidianità, se riteniamo che i suoi comportamenti siano incompatibili con i nostri valori e priorità.

Il perdono, insomma, passa attraverso il nostro sforzo consapevole di decentrarci dal nostro punto di vista. Provare ad assumere quello dell’altro, metterci nei suoi panni e tentare di ricostruire i moventi che lo hanno spinto ad agire in un certo modo. La giusta distanza nasce spesso dalla compassione, per quanto possa apparire paradossale.

 

Francesca Garrisi     

Quando le cose non mi divertono, mi ammalo  (H.B.)

 

 


 

google playSeguici anche su Google Edicola »

 

Continua...

Controlli (troppo) spesso i social? Potresti soffrire di FOMO

“Mi si nota di più se vengo o se rimango a casa?”

Fear Of Missing OutL’amletico dubbio non perde di attualità nell’era dei social network. Anzi assume forme nuove, in linea con l’evoluzione (non scevra da tratti involutivi) dei nuovi stili comunicativi.

Una presenza pervasiva nelle nostre giornate è la FOMO (Fear Of Missing Out), in cui si intreccia il timore di essere tagliati fuori dalle esperienze piacevoli vissute dalla nostra cerchia di amici, ed il richiamo irresistibile dei social network. Questo si traduce nella perpetua ricerca (e utilizzo) della connessione Internet. Insomma, presidiamo costantemente la nostra pagina Facebook, Instagram, e controlliamo incessantemente WhatsApp perché l’ansia da esclusione sociale ci appare intollerabile. Ma cedendo alla compulsione, agendola e agendola ancora, non facciamo che rafforzarla, e acuire il nostro malessere.

La FOMO, però, non è costituita solo da gesti compiuti consapevolmente, ma anche da comportamenti che si manifestano in automatico in concomitanza con specifici stimoli esterni. Ad esempio, scorrere con gli occhi il testo di eventuali notifiche comparse sullo schermo del cellulare.

Quali rimedi per la FOMO?

Fear Of Missing OutContrastare l’ansia da esclusione sociale richiede in primis impegno e concentrazione in attività pratiche, strettamente connesse alla vita quotidiana ed alle interazioni faccia a faccia (gestione della casa, attività fisica, uscite con amici).

Saremo così gradualmente assorbiti da altro rispetto ai social network, e questo renderà più semplice ridurne l’uso nell’arco della giornata, e addirittura eliminarlo in particolari momenti, come quando siamo al lavoro. Iniziare a praticare la meditazione mindfulness potenzierà la nostra capacità di restare nel qui ed ora, definendo in modo sempre più netto la linea di demarcazione tra reale e virtuale. E per diretta conseguenza si “sgonfieranno” le aspettative con cui caricavamo le nostre interazioni social.

 

 

Francesca Garrisi     

Quando le cose non mi divertono, mi ammalo  (H.B.)


 

google playSeguici anche su Google Edicola »

 

Continua...

 

FB  youtubeinstagram

✉ Iscriviti alla newsletter


☝ Privacy policy    ✍ Lavora con noi

Contattaci