racconti di vita

I racconti di chi ha cambiato vita ✌

Haki Doku: una nuova vita in sedia a rotelle tutta tenacia e guinness dei primati

Il modo in cui percepiamo noi stessi influenza profondamente il rapporto con la realtà circostante

L’immagine di noi stessi può infatti essere ponte che ci avvicina agli altri, o barriera che separa e/o – illusoriamente – protegge.

Haki-Doku-Formica-ArgentinaChi si dimostra in grado di rovesciare una situazione proibitiva scaturita dalla malattia, estraendone, come da un cilindro, opportunità impreviste e risorse emotive fino a quel momento inesplorate, rappresenta una calamita. Una miniera di vitalità e un modello cui ispirarsi. Un esempio che risulta autentico, vicino, e, al tempo stesso, realisticamente applicabile.

La storia di Haki Doku dimostra che passione e costanza sono gocce cinesi in grado di sgretolare anche i più pervicaci pregiudizi sulla disabilità. Specularmente, l’uomo è la prova lampante che talvolta l’ostacolo più grande tra noi e la felicità sono gli alibi a cui ci aggrappiamo per non metterci in gioco e rompere lo schema falsante confortevole delle abitudini.

Un incidente è stato lo spartiacque tra il “prima” e il “dopo”

Haki-Doku-Formica-ArgentinaNel 1997 Haki Doku, 50enne albanese trapiantato in Italia, ha dovuto fare i conti con la paraplegia (paralisi degli arti inferiori). Lo sport è stato il grimaldello che gli ha permesso di scardinare gli stereotipi sulla disabilità, e dare senso ai cambiamenti che questa ha provocato. Non solo ha preso parte a svariate maratone accanto a normodotati, ma ha anche conseguito il Guinness relativo alle gare lungo le scale dei grattacieli. A Wolfsburg (Germania) ha infatti percorso 2688 gradini in un’ora, scendendo per venti volte otto piani.

Haki Doku ha spiegato con potere di sintesi disarmante la nuova stagione della sua vita. La corsa, racconta, lo ha aiutato a conoscere sé stesso, le proprie passioni e risorse, e svincolarsi dall’etichetta di disabile. Le scale lo hanno invece “sfidato” a sviluppare coraggio e tenacia: nessuna caduta è definitiva, finché si è motivati a riprovarci.

Il potere dell’immedesimazione

Nel 1998 Haki Doku trascorre un periodo presso il centro riabilitativo di Costa Masnaga (Lecco), e questa esperienza gli fornisce i primi, rudimentali ma essenziali, strumenti per rendersi autonomo. Impara infatti a scendere e salire i gradini, azione solo apparentemente banale, considerando quanto possa essere proibitivo, per un disabile, avere a che fare con un ascensore guasto.

A distanza di tempo, dopo aver letto un articolo sull’atleta paralimpica Francesca Porcellato, l’uomo decide di correre la mezza maratona Stramilano insieme a normodotati. Così, utilizza la sua carrozzina non omologata e rifiuta di indossare i guanti per spingere le ruote. L’obiettivo di Haki è fare esperienza anche fisicamente della gara, far “assaggiare” al corpo la fatica, così come gli atleti accanto a lui.

Haki-Doku-Formica-ArgentinaSeguono dieci maratone all’estero e il Guinness World Record all’Arena Civica di Milano, percorrendo circa 120 km in 12 ore. Un evento, questo, realizzato dal Camperio Business Center, presso cui Haki Doku lavora dal 1999. Nel 2012, a Londra, è il primo atleta paralimpico a rappresentare l’Albania.

L’appetito vien mangiando, e così comincia a interessarsi al Tower Running, specialità in cui l’obiettivo è salire il più velocemente possibile le scale degli edifici più alti. Cimentarsi con essa non è stato facile, soprattutto inizialmente, in quanto è necessario destreggiarsi tra la forza di gravità che spinge verso il basso, la velocità, e l’equilibrio da mantenere su due delle quattro ruote.

La felicità, per Haki, è un campo da curare quotidianamente. Si allena infatti ogni sera: cinque chilometri di riscaldamento sotto casa, e quindi i 17 piani del palazzo dove vive, da percorrere per circa 10 volte. Moglie, figli e colleghi, compatti al suo fianco, sono i suoi primi fan.

Il prossimo obiettivo? “Conquistare” il Burj Khalifa (Emirati Arabi), la torre più alta al mondo, percorrendo 160 piani in un’ora.

Malattia e disabilità possono fagocitare, se si permette loro di colonizzare i pensieri e monopolizzare le energie. Sforzarsi di coltivare ciò che si ama nonostante le oggettive, materiali, difficoltà è l’unico modo per sottrarsi al perverso meccanismo dell’(auto) commiserazione.

 

Francesca Garrisi     

Quando le cose non mi divertono, mi ammalo  (H.B.)

 

 

 

 

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Quando l'età è solo un numero: la storia di Gianni Bianchini

Il nomade digitale, una sorta di figura mitologica.  

Qualcuno che ha votato la sua esistenza al viaggio zaino in spalla e computer alla mano, che nessuno sa bene da dove prenda i soldi per trascorrere la vita girando intorno al globo. 

Spesso la principale argomentazione che viene data da chi vorrebbe abbracciare un'esistenza simile è l’essere troppo vecchi, fossilizzati in una routine ormai impossibile da spezzare. 

A qualcuno sorprenderà sapere che Gianni Bianchini, fondatore di Nomadi digitali, la più grande comunità italiana online dedicata a chi ha deciso di vivere libero da confini fisici e mentali, ha cambiato la sua esistenza a quarantatré anni.

Non che l’età conti ma mi preme sottolineare questo aspetto per infondere coraggio a chi pensa che il cambiamento sia una questione anagrafica. 

 Una voglia di viaggiare più forte di tutto

Gianni è l’espressione di come per essere un nomade digitale, forse devi avere già un po' una passione innata per il girovagare e una discreta conoscenza in fatto di pc.

Bianchini infatti è sempre stato attratto dalla tecnologia, fin dai tempi della scuola, periodo in cui smanettava tra computer e videogiochi, avendone già intuito le potenzialità.

La sua passione lo ha portato da Lecce fino in Sud America e Inghilterra, lavorando prima per la Sony a Liverpool,  dove testa videogiochi otto ore al giorno, per poi trasferirsi a Francoforte e lavorare con la Nintendo.  

«Per quanto mi piacesse, il lavoro in ufficio cominciava a starmi stretto» ha dichiarato Bianchini in un’intervista al blog Mangia, vivi, viaggia. «La routine di una vita passata nello stesso posto di lavoro, nella stessa città, nella stessa casa, non faceva per me. Fu a quel punto che cominciai a sentire fortemente l’esigenza di cambiare vita».
 
 

Per fortuna, la sua voglia di rimescolare le carte in tavola viene abbracciata subito anche dalla compagna, Ivana. La prima cosa che scelgono di fare insieme è smettere di fumare per accumulare un gruzzolo extra che gli consenta di pagare almeno gli aerei per spostarsi, associato a uno stile di vita più minimalista e frugale.  

La prima tappa di questo viaggio che non è ancora terminato? Bangkok.  

Viaggiare guadagnando? 

Certo, i risparmi non sono infiniti e se si compie una scelta simile si deve essere pronti a dare tutto per il proprio business. Fare travel blogging e vivere di questo è difficile ma non impossibile. 

La differenza, prima di tutto, sta nel considerarla un'attività che porti effettivamente a degli introiti, non, come succede nell’immaginario comune, un diario di viaggio che si aggiorna solo quando si è colti dall’ispirazione. 

Leggi anche: Nomade digitale? Sempre più metropolitano

«Lavorarci ogni giorno, studiare, imparare, sperimentare, testare e anche investire. Se vuoi aprire un business devi metterci anche dei soldi. Questo è vero sia se apri un ristorante sia che apri un sito web. Certo ci sono delle risorse gratuite in rete, ma non saranno mai all’altezza di quelle a pagamento. Un tema per un blog, un plugin, l’hosting o il dominio, una persona che ti mette su il blog se non lo sai fare tu, un team di scrittori o assistenti virtuali, corsi da comprare, libri, e tanto altro. Noi lavoravamo da anni e abbiamo utilizzato i soldi accumulati per investire sul blog».
 

Investire e capire come monetizzare. Ci sono tanti modi per guadagnare tramite affiliazioni, pubblicità, enti del turismo, consulenza blogging e copywriting. Ma soprattutto, la cosa principale è sperimentare sempre e ccomunque, perché ciò che funziona per uno potrebbe non valere per un altro. Nulla cade dal cielo, servono analisi, pazienza e dedizione. 

Gianni e Ivana sono ormai nomadi digitali da sette anni, esattamente 2000 giorni, mantenendosi con gli introiti del blog e viaggiando a tempo indeterminato.  

Gianni gestisce anche un travel blog in inglese, Nomad is beautiful, affiancando al lavoro di nomade anche quello di fotografo, speaker nei podcast e di social media manager su Instagram, Twitter o Pinterest.  

«Ognuno di quei 2000 giorni sono speciali per me. Ogni singolo giorno in cui mi sveglio, vivendo questo stile di vita, sono pieno di felicità. E anche se ho i miei giorni no, in cui le cose non vanno bene, sono felice di poter essere padrone della mia vita. Di essere io il creatore, lo scrittore della mia storia. Ho vissuto i miei dieci anni di ufficio, con orari e giorni stabiliti da qualcun altro. Con cose da fare decise da qualcun altro. Con un sogno da realizzare che appartiene a qualcun altro. Vendendo il mio tempo per la felicità di qualcun altro. Ero stanco di vivere la vita di qualcun altro».
 

 

 

 

 

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Yuri Rusinko: dall’Ucraina all’Italia avendo come bussola la cardiochirurgia

La vita in provincia è croce e delizia

In qualità di terrona nata e cresciuta a Lecce, vivace ma piccola città incastonata nel tacco d’Italia, ho sperimentato direttamente cosa significa muoversi in un contesto in cui, come si suol dire, tutti conoscono tutti.

L’ormai celebre teoria dei sei gradi di separazione, secondo cui ciascuno di noi può entrare in contatto con qualunque altro individuo o oggetto attraverso un massimo di cinque intermediari, risulta in genere notevolmente esemplificata in una città di provincia. A volte sono sufficienti tre passaggi, se non addirittura uno o due, nel caso di soggetti tra loro coetanei.

Insomma, l’interconnessione quasi istantanea, nelle piccole comunità, è un dato di fatto, una realtà consolidatasi ancor prima dell’avvento della Rete e dei social media. Un meccanismo che, a dispetto del “lato oscuro” rappresentato da pettegolezzi e giudizi non richiesti, talvolta si mette in moto con intenti meritevoli. Ne sa qualcosa Yuri Rusinko, medico ucraino 50enne arrivato in Italia nel 2002, che, grazie alla propria caparbietà e al passaparola virtuoso di cui è stato protagonista, si è nuovamente laureato ed ha ripreso a esercitare la professione.

Il pellegrinaggio attraverso l’Europa inizia da Sasovo

YuriRusinkoYuri Rusinko lascia la sua città natale (e il figlio) 16 anni fa. Lavora come cardiochirurgo, ma la paga è decisamente insufficiente: guadagna 50 euro al mese. Decide quindi di tentare la sorte in capitali quali Madrid e Budapest, per poi spostarsi in Italia, raggiungendo alcuni connazionali ad Aquara (Salerno).

I primi tempi, inevitabilmente, sono in salita. Yuri Risinko, clandestino, si ritrova a lavorare come manovale; dopo poco tempo, però, la sua storia fa il giro del paese, e  innesca un effetto domino all’insegna della solidarietà.

Il sindaco mette in contatto l’uomo con un anziano venditore ambulante, e, oltre ad aiutarlo a scaricare le merci in occasione dei mercati, diventa una sorta di medico personale. Yuri gli controlla infatti costantemente pressione glicemia. Nel frattempo la maestra Giovanna Mastrantuono gli dà lezioni di italiano.

Quando un’occasione inaspettata cambia le carte in tavola

YuriRusinkoFormicaArgentina

Yuri Rusinko trova lavoro come badante, e quindi inizia a prestare assistenza a un anziano. Ciò gli permette di ottenere il primo permesso di soggiorno avvalendosi della legge Bossi – Fini. Finalmente può chiedere il riconoscimento della laurea conseguita in Ucraina, ma la prova orale non va come previsto, e questo segna una momentanea battuta d’arresto.

L’uomo però non si demoralizza, e riparte come infermiere a Firenze; nel frattempo si iscrive a Medicina, e consegue la laurea presso l’ateneo toscano con il voto di 110. Si iscrive all’albo, e successivamente viene assunto al 118 di una casa di cura in provincia di Bologna. A coronare il suo percorso, l’assunzione al Pronto Soccorso di Abano Terme (Padova) e la cittadinanza italiana, ottenuta nel 2015.

La felicità è un percorso in perpetuo divenire. Un sentimento che risiede nell’impegno profuso, ancor prima che nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Così Yuri Rusinko, anziché crogiolarsi sugli allori, sposta lo sguardo sul tassello mancante. Ovvero, la convalida della specializzazione in cardiochirurgia pediatrica. Tuttavia, non è difficile ipotizzare che riuscirà a rovesciare il cruccio in qualcosa di positivo. Ci è riuscito molto tempo fa, quando il vescovo della sua città gli impedì di diventare prete a causa della erre moscia…

Francesca Garrisi     

Quando le cose non mi divertono, mi ammalo  (H.B.)

 

 

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